CHIESA DI SANTA CATERINA A FORMIELLO, UN GIOIELLO DI ARTE RINASCIMENTALE E BAROCCA
CHIESA DI SANTA CATERINA A FORMIELLO, UN GIOIELLO DI ARTE RINASCIMENTALE E BAROCCA
Se state pianificando un itinerario alla scoperta dei tesori meno noti ma più affascinanti del centro storico, non potete saltare la chiesa di Santa Caterina a Formiello. Situata all'interno della cinta muraria aragonese, a pochi passi dalla monumentale Porta Capuana e Castel Capuano, questa chiesa rappresenta un capolavoro assoluto del Rinascimento meridionale, incastonata in un'area dove la storia di Napoli respira ad ogni angolo. Prima di addentrarci nella chiesa, nei pressi dell'ingresso è possibile ammirare la famosa edicola settecentesca di San Gennaro realizzata da Ferdinando Sanfelice e da Lorenzo Vaccaro.
Fondata nel 1451, la chiesa deve il suo nome curioso ("a Formiello") alla vicinanza con l'antico acquedotto della Bolla. Oltre per la sua splendida architettura, uno dei tanti motivi per cui la chiesa è rinomata, è la presenza delle reliquie appartenenti ai famosi martiri d'Otranto, uccisi dai Turchi il 14 agosto del 1480. Alfonso II traslò i corpi a Napoli, dapprima nella chiesa della Maddalena, per poi trasferirli nel 1497 nella chiesa di Santa Caterina a Formiello.
Una visita guidata all'interno della chiesa vi permetterà di ammirare la sua cupola, che detiene un primato speciale: fu infatti la prima a svettare nel panorama napoletano nel XVI secolo. La direzione dei lavori passò a Romolo Balsimelli, discepolo del Brunelleschi. Durante il Cinquecento, il progetto subì modifiche in osservanza delle nuove regole dettate dalla Controriforma.
L'edificio racconta il passaggio tra l'austerità dell'ordine Domenicano e lo sfarzo del Barocco. Ovunque noterete i simboli del martirio di Santa Caterina d'Alessandria (la ruota e la spada) e l'emblema dei Domenicani (il cane con la fiaccola).
Tra il 1655 e il 1659 si realizzò la decorazione del portale esterno su progetto dell'architetto Antonio Picchiatti. La volta e la controfacciata portano invece la firma di Luigi Garzi, che a fine Seicento trasformò gli interni con scene scenografiche e luminose.
Per secoli il complesso è stato uno dei centri culturali più importanti d'Italia, dotato di una raffinata biblioteca e di una celebre spezieria. Dopo l'occupazione francese nell'Ottocento, i domenicani furono costretti a lasciare il convento che cambiò radicalmente volto, trasformandosi dal 1825 in un importante lanificio, testimoniando la capacità di Napoli di reinventarsi continuamente.