SALVATOR ROSA, NAPOLI 22/7/1615 - ROMA 15/3/1673. PITTORE DALL'ANIMO INDOMITO E RIBELLE
SALVATOR ROSA, NAPOLI 22/7/1615 - ROMA 15/3/1673. PITTORE DALL'ANIMO INDOMITO E RIBELLE
Se state passeggiando per Napoli e vi imbattete nella centralissima fermata della metropolitana o nella grande via dedicate a Salvator Rosa, sappiate che non state semplicemente leggendo il nome di un artista qualunque. Vi state confrontando con il fantasma del pittore più rock, tormentato e "maledetto" del Seicento italiano.
Pittore, poeta, attore teatrale e agitatore culturale: Salvator Rosa (1615–1673) incarna perfettamente l'anima viscerale, teatrale e ribelle della Napoli barocca.
Salvator Rosa nasce all'Arenella, all'epoca un borgo collinare fuori dalle mura di Napoli, oggi quartiere densamente popolato. La città in cui cresce è una metropoli enorme, affollata, governata dai viceré spagnoli, segnata da una profonde fratture sociali ma anche da una vitalità artistica straordinaria (siamo negli anni successivi al passaggio di Caravaggio e in pieno boom del barocco napoletano).
Il giovane Salvator assorbe tutto questo. Frequenta le botteghe di maestri del calibro di Jusepe de Ribera (detto lo Spagnoletto) e Aniello Falcone. Da loro impara la durezza del realismo, il contrasto netto tra luci e ombre e una predilezione per i soggetti storici e di battaglia.
Ma la Napoli del tempo gli va stretta, e il suo carattere fumantino non lo aiuta. È un anticonformista nato: rifiuta le logiche del mercato artistico tradizionale, non sopporta di dover compiacere i potenti e preferisce dipingere ciò che vuole, fissando da solo il prezzo delle sue opere.
C'è una leggenda bellissima e romantica che i viaggiatori dell'Ottocento (soprattutto i poeti inglesi del Grand Tour) amavano raccontare. Si diceva che, durante la celebre rivolta popolare di Masaniello nel 1647, Salvator Rosa fosse tornato a Napoli per unirsi alla "Compagnia della Morte", un gruppo di artisti-guerriglieri guidati da Aniello Falcone che di notte andava a caccia di soldati spagnoli.
Sebbene gli storici moderni abbiano ampiamente ridimensionato questo mito (all'epoca della rivolta Rosa si trovava probabilmente a Firenze), l'idea del pittore-soldato non è nata dal nulla. Rispecchia perfettamente la sua arte: i paesaggi aspri, le coste rocciose battute dalla tempesta e i briganti che popolano le sue tele sono figli diretti della drammaticità del territorio e della vita napoletana.
Anche se l'artista passò gran parte della sua vita matura tra Roma e Firenze, il cordone ombelicale con la sua terra natale non si spezzò mai. Per chi visita Napoli oggi con occhi attenti, le tappe per scoprirlo sono diverse:
Il Museo di Capodimonte: custodisce alcune delle sue opere più intense, dove si può ammirare la sua transizione dai dipinti di battaglie giovanili ai temi più filosofici e cupi della maturità.
La Certosa di San Martino: splendida terrazza sulla città che conserva testimonianze del periodo barocco in cui Rosa si muoveva.
Il quartiere dell'Arenella: dove una statua in bronzo e la toponomastica ricordano la sua nascita, a pochi passi dall'omonima stazione dell'arte della Metropolitana (Linea 1), che oggi celebra la creatività contemporanea proprio sotto i piedi del quartiere che diede i natali al primo grande "ribelle" dell'arte italiana.